Sul reddito di cittadinanza ho avuto modo di esporre come potrebbe essere finanziato
http://www.blogger.com/blogger.g?blogID=2915348960646522920#editor/target=post;postID=3271577594166479866;
onPublishedMenu=allposts;onClosedMenu=allposts;postNum=6;src=link.
Non sono l'unico alla ricerca di soluzioni che consentano di resistere al momentaccio schifoso che stiamo vivendo. Se si può parlare di vivere.
A questo link
http://il-main-stream.blogspot.it/2013/04/finanziare-i-sussidi-mediante-moneta.html?showComment=1367417036742
la proposta di uno che se ne intende.
Chissà che la legga qualcuno che può riportarla dove si possa discutere e magari attuare.
mercoledì 1 maggio 2013
martedì 30 aprile 2013
IL TEMPO E' ARRIVATO.
"Alle elezioni regionali di Febbraio i 5 Stelle presero in Lombardia il 13%, in Molise il 16% e in Lazio 20%. In quella stessa data, però, e in quelle stesse regioni, il MoVimento per le politiche prese in Lombardia il 19%, in Molise e nel Lazio il 27%. L'identica cosa è successa in Friuli Venezia Giulia.
Confrontare i dati elettorali delle regionali e delle politiche, e partire da qui per tentare di dimostrare un calo di consensi in atto verso il Movimento, equivale a produrre un evidente falso.
Intanto il sondaggio di ieri di Emg/La7 dà il Movimento primo partito a livello nazionale al 29.1%, il pdl al 27,1% e il pdmenoelle al 20,3%"
Confrontare i dati elettorali delle regionali e delle politiche, e partire da qui per tentare di dimostrare un calo di consensi in atto verso il Movimento, equivale a produrre un evidente falso.
Intanto il sondaggio di ieri di Emg/La7 dà il Movimento primo partito a livello nazionale al 29.1%, il pdl al 27,1% e il pdmenoelle al 20,3%"
Non ascoltate quello che ripetono ossessivamente televisione e radio. Non è vero che l'incuicio ha cambiato la situazione e personalmente credo l'abbia peggiorata. I partiti hanno preso voti promettendo il contrario di quello che hanno fatto, in particolare il pd che infatti è in fase di liquefazione. Continuo a sperare che gli eletti del M5S rispettino le promesse, ormai sono eletti e non sono obbligati a rispettare eventuali imposizioni dal proprietario del marchio 5stelle se non coincidono con le promesse che hanno fatto ai propri elettori.
Essi possono diventare in parlamento la forza che propone dei veri cambiamenti in favore della gente e magari trovare persone in altre forze politiche che condividono le stesse finalità.
Da parte delle gente comune è giunto il momento di non pensare solo a sé stessi, perchè è l'unico modo per uscire da questa situazione. La disunione è la pratica che consente a caste e castine di perpetrare il loro potere. Accontentarne uno, con l'intento che questi abbandoni l'altro. Poi accontentare l'altro e consentirgli di vendicarsi dell'abbandono. Il tutto per continuare ad ingozzarsi e ridere alle nostre spalle.
RIFIUTI DOMESTICI TRASFORMATI IN ENERGIA: SI PUO' E IL BREVETTO E' DI ITALGAS E ANSALDO.
Le prove ci sono eccome!
L'intervista di Nino Galloni è stracolma di spunti per odiare sempre di più questa manica di stronzi che pensa solo ai fattaci propri. Che guarda caso coincidono sempre con gli interessi di un gruppo di riccastri contenti quando ci vedono inseguiti dai problemi quotidiani.
Il passaggio che più mi ha fatto imbufalire è quello dei due brevetti in cassaforte di ITALGAS e ANSALDO. In pratica dispongono della tecnologia per trasformare i rifiuti domestici in energia, senza provocare inquinamento. Dico, AVETE CAPITO COSA HANNO LA POSSIBILITA' DI FARE E NON FANNO? Badate che il personaggio intervistato non è un marziano o un bioingegnere che esce dalla clandestinità, è persona competente che ha collaborato con politici importanti e le cui iniziative siccome favorevoli alla gente comune ad un certo punto veniva accasato o costretto ad andarsene.
Vi prego di leggere bene, una tecnologia ad uso domestico che consente di trasformare i propri rifiuti in energia da utilizzare per la propria abitazione (GIA' disponibile). Quanti problemi in meno avremmo?Ringrazio Messora e il suo blog (e naturalmente Nino Galloni), sono curioso di vedere quanti riprenderanno la notizia che dal mio punto di vista è clamorosa.
lunedì 29 aprile 2013
TELECOM-ITALIA & CALL CENTER IN ROMANIA.
Che fortuna abbiamo. Un nuovo governo di cambiamento da cui è piovuta una raffica di novità: saremo tutti salvi. Le promesse in campagna elettorale devono essere matenute, a parole! Fino a quando gli italiani continueranno a bersi le bugie di questi professionisti dell'inganno non è dato a sapersi. Intanto, chi può scappa dall'Italia. In particolare le aziende che possono delocalizzano le loro attività, o meglio alcune fasi delle loro attività. In particolare quelle che riguardano il lavoro: producono all'estero ma vendono in Italia. Producono dove la manodopera costa poco (niente) e continuano a vendere prodotti e servizi in Italia con prezzi vertiginosi. Per esempio la Telecom nonostante in Italia possa godere di indubbi vantaggi rispetto ai concorrenti (è propietaria dei tralicci elettrici e del cosiddetto utlimo miglio), trasferisce all'estero opportunità di lavoro in un periodo già duro sul versante occupazionale.
Telecom, l’assistenza risponde dalla Romania
di Maria Elena Scandaliato
Squilla il telefono. «Buongiorno, chiamo dalla Romania per Telecom Italia. Acconsente a parlare con me?». Chissà quanti italiani, rispondendo a una chiamata, avranno già sentito questa formula. A presentarsi, dall’altro capo del filo, sono gli operatori dei call center Telecom nell’Europa orientale, costretti dalla legge 134 dell’agosto 2012 a rivelare la provenienza della telefonata.
Gestiscono servizi di customer care e sollecito nei pagamenti, e contattano i clienti italiani da città come Bucarest o Tirana. Inutile chiedere quali siano le loro condizioni di lavoro: «Non posso parlare…Ma ci pagano poco, veramente poco», risponde un’operatrice rumena.
IN ITALIA, SOLIDARIETA’ PER 32 MILA DIPENDENTI. Se i posti di lavoro emigrano a Est, quel che resta in Italia vede un drastico ridimensionamento. Lo scorso 27 marzo Cgil, Cisl e Uil hanno siglato con Telecom un accordo che prevede contratti di solidarietà per 32mila dipendenti e la collocazione in mobilità per altri 500. Un compromesso raggiunto dopo una lunga trattativa, per scongiurare (almeno momentaneamente) la “societarizzazione” della divisione commerciale e delle aree staff di Telecom Italia.
PATTO SINDACALE CONTRO LA SOCIETARIZZAZIONE. A fine 2012, l’azienda intendeva scorporare le attività di call center e di customer care affidandole a una società separata; i sindacati (comprese le sigle di base) si sono opposti, ottenendo che la ristrutturazione riguardasse “solo” le sedi con meno di 50 dipendenti, che attualmente sono 46 (su un totale di 125). La loro chiusura costringerà i lavoratori a spostarsi dove saranno concentrate le attività o, in alternativa, a lavorare da casa (telelavoro), sottoponendosi a una serie di vincoli.
DA PIACENZA A MILANO, ANCHE SE LA SEDE E’ DI TELECOM. La sede “187” (il servizio clienti) di Piacenza, ad esempio, è tra quelle che chiuderanno. Ai 29 dipendenti, per lo più donne tra i 45 e i 50 anni, è stato chiesto di trasferirsi presso la sede di Milano, a più di 60 chilometri da casa. Ecco perché, nonostante la Cgil abbia firmato l’accordo con Telecom, le sezioni provinciali del sindacato riescono difficilmente a gestirne l’applicazione: «Non si capisce dove sia il risparmio, visto che il locale del call center non è in affitto ma è una sede Telecom da sempre», racconta Mattea Cambria, della Cgil piacentina. «Senza contare che i turni, a Milano, partirebbero dalle sei del mattino fino a mezzanotte. Come potranno raggiungerla i lavoratori, gran parte dei quali vive in collina? Chiedere loro di andare a Milano è come costringerli a licenziarsi».
A Tirana e Bucarest la paga oraria è di 2 euro l’ora.
Le dipendenti di Piacenza, tra l’altro, si sono messe in contatto con le loro colleghe in Romania, dopo essere state sollecitate da utenti insoddisfatti del servizio: «Hanno scoperto che la paga oraria delle operatrici di Tirana e Bucarest non supera i due euro l’ora», spiega ancora Cambria; «Ecco perché, nonostante la qualità del lavoro non sia la stessa, l’azienda preferisce abbandonare l’Italia».
CHIUSURA IN VISTA ANCHE PER POTENZA. Nel Mezzogiorno la situazione è anche peggiore: in Basilicata la presenza di Telecom si assottiglia di anno in anno, e la chiusura della sede di Potenza è solo l’ultimo di una serie di colpi. Nella sede Telecom del capoluogo lucano lavorano circa 40 persone, tutte donne sulla cinquantina: «Ad oggi non sappiamo né la data del trasferimento, nel la destinazione», spiega Anna Rosselli, della Cgil Basilicata. «Le lavoratrici sono convinte che il telelavoro sia solo il preludio al licenziamento, anche perché erano già in contratto di solidarietà dalla precedente riorganizzazione. La verità è che Telecom sta abbandonando questo territorio, così come Enel e Poste Italiane».
IL COSTO DEGLI OPERATORI SUPERA DEL 30% LA MEDIA DI MERCATO. In un documento dello scorso febbraio sulla divisione “Caring services”, Telecom stima che il costo dei propri operatori superi quello di mercato del 30%. Troppe sedi e poco flessibili: di qui, la necessità di razionalizzare la presenza sul territorio, per recuperare produttività e competitività. «Rendere più competitiva l’azienda significa peggiorare le condizioni di lavoro, come dimostra l’accordo del 27 marzo che noi non abbiamo firmato», sostiene Fulvio Macchi dello Snater, sezione delle telecomunicazioni del sindacato Usb. «Per evitare il distacco dei servizi alla clientela, le sigle confederali hanno accettato tutta una serie di ricatti da parte dell’azienda: dalla chiusura di alcune sedi, agli spostamenti sul territorio dei lavoratori, fino a un aumento dei carichi di lavoro, in evidente contraddizione con i 32mila contratti di solidarietà e con le 500 collocazioni in mobilità».
IL TELELAVORO MONITORATO DA UNA WEBCAM. L’accordo, in effetti, prevede l’adozione di misure fortemente contestate: in caso di telelavoro, ad esempio, i dipendenti si vedranno installare in casa propria, sulle postazioni di lavoro, delle webcam. «Andranno accese affinché il responsabile controlli l’inizio e la fine dell’attività lavorativa, e ogni volta che vorrà comunicare con le lavoratrici», spiega Macchi. «Fino ad oggi, nel telelavoro era prevista solo la comunicazione vocale, il video non era permesso. Ora cambia tutto».
Ai tecnici viene installato in macchina un geolocalizzatore.
Controlli simili scatteranno anche per i tecnici, che si spostano da un cliente all’altro per prestare l’assistenza richiesta: «Pensi che si ritroveranno in macchina dei geolocalizzatori, che indicheranno ai superiori ogni loro spostamento durante la giornata, minuto per minuto». Inoltre, il rendimento dei lavoratori potrà essere comparato a fini disciplinari: chi produce poco sarà passibile di sanzioni.
LA SOCIETARIZZAZIONE, COMUNQUE, NON E’ ESLCUSA. Nonostante la chiusura di tante sedi e l’incerto destino di migliaia di persone, l’accordo non esclude affatto la “societarizzazione” della divisione “Caring services”: le misure di recupero della produttività, infatti, saranno oggetto di verifica tra un anno, il primo aprile del 2014:
Telecom, l’assistenza risponde dalla Romania
di Maria Elena Scandaliato
O dall'Albania. La società punta a tagliare i costi della divisione Caring Services. In Italia 32mila lavoratori in solidarietà.
Gestiscono servizi di customer care e sollecito nei pagamenti, e contattano i clienti italiani da città come Bucarest o Tirana. Inutile chiedere quali siano le loro condizioni di lavoro: «Non posso parlare…Ma ci pagano poco, veramente poco», risponde un’operatrice rumena.
IN ITALIA, SOLIDARIETA’ PER 32 MILA DIPENDENTI. Se i posti di lavoro emigrano a Est, quel che resta in Italia vede un drastico ridimensionamento. Lo scorso 27 marzo Cgil, Cisl e Uil hanno siglato con Telecom un accordo che prevede contratti di solidarietà per 32mila dipendenti e la collocazione in mobilità per altri 500. Un compromesso raggiunto dopo una lunga trattativa, per scongiurare (almeno momentaneamente) la “societarizzazione” della divisione commerciale e delle aree staff di Telecom Italia.
PATTO SINDACALE CONTRO LA SOCIETARIZZAZIONE. A fine 2012, l’azienda intendeva scorporare le attività di call center e di customer care affidandole a una società separata; i sindacati (comprese le sigle di base) si sono opposti, ottenendo che la ristrutturazione riguardasse “solo” le sedi con meno di 50 dipendenti, che attualmente sono 46 (su un totale di 125). La loro chiusura costringerà i lavoratori a spostarsi dove saranno concentrate le attività o, in alternativa, a lavorare da casa (telelavoro), sottoponendosi a una serie di vincoli.
DA PIACENZA A MILANO, ANCHE SE LA SEDE E’ DI TELECOM. La sede “187” (il servizio clienti) di Piacenza, ad esempio, è tra quelle che chiuderanno. Ai 29 dipendenti, per lo più donne tra i 45 e i 50 anni, è stato chiesto di trasferirsi presso la sede di Milano, a più di 60 chilometri da casa. Ecco perché, nonostante la Cgil abbia firmato l’accordo con Telecom, le sezioni provinciali del sindacato riescono difficilmente a gestirne l’applicazione: «Non si capisce dove sia il risparmio, visto che il locale del call center non è in affitto ma è una sede Telecom da sempre», racconta Mattea Cambria, della Cgil piacentina. «Senza contare che i turni, a Milano, partirebbero dalle sei del mattino fino a mezzanotte. Come potranno raggiungerla i lavoratori, gran parte dei quali vive in collina? Chiedere loro di andare a Milano è come costringerli a licenziarsi».
A Tirana e Bucarest la paga oraria è di 2 euro l’ora.
Le dipendenti di Piacenza, tra l’altro, si sono messe in contatto con le loro colleghe in Romania, dopo essere state sollecitate da utenti insoddisfatti del servizio: «Hanno scoperto che la paga oraria delle operatrici di Tirana e Bucarest non supera i due euro l’ora», spiega ancora Cambria; «Ecco perché, nonostante la qualità del lavoro non sia la stessa, l’azienda preferisce abbandonare l’Italia».
CHIUSURA IN VISTA ANCHE PER POTENZA. Nel Mezzogiorno la situazione è anche peggiore: in Basilicata la presenza di Telecom si assottiglia di anno in anno, e la chiusura della sede di Potenza è solo l’ultimo di una serie di colpi. Nella sede Telecom del capoluogo lucano lavorano circa 40 persone, tutte donne sulla cinquantina: «Ad oggi non sappiamo né la data del trasferimento, nel la destinazione», spiega Anna Rosselli, della Cgil Basilicata. «Le lavoratrici sono convinte che il telelavoro sia solo il preludio al licenziamento, anche perché erano già in contratto di solidarietà dalla precedente riorganizzazione. La verità è che Telecom sta abbandonando questo territorio, così come Enel e Poste Italiane».
IL COSTO DEGLI OPERATORI SUPERA DEL 30% LA MEDIA DI MERCATO. In un documento dello scorso febbraio sulla divisione “Caring services”, Telecom stima che il costo dei propri operatori superi quello di mercato del 30%. Troppe sedi e poco flessibili: di qui, la necessità di razionalizzare la presenza sul territorio, per recuperare produttività e competitività. «Rendere più competitiva l’azienda significa peggiorare le condizioni di lavoro, come dimostra l’accordo del 27 marzo che noi non abbiamo firmato», sostiene Fulvio Macchi dello Snater, sezione delle telecomunicazioni del sindacato Usb. «Per evitare il distacco dei servizi alla clientela, le sigle confederali hanno accettato tutta una serie di ricatti da parte dell’azienda: dalla chiusura di alcune sedi, agli spostamenti sul territorio dei lavoratori, fino a un aumento dei carichi di lavoro, in evidente contraddizione con i 32mila contratti di solidarietà e con le 500 collocazioni in mobilità».
IL TELELAVORO MONITORATO DA UNA WEBCAM. L’accordo, in effetti, prevede l’adozione di misure fortemente contestate: in caso di telelavoro, ad esempio, i dipendenti si vedranno installare in casa propria, sulle postazioni di lavoro, delle webcam. «Andranno accese affinché il responsabile controlli l’inizio e la fine dell’attività lavorativa, e ogni volta che vorrà comunicare con le lavoratrici», spiega Macchi. «Fino ad oggi, nel telelavoro era prevista solo la comunicazione vocale, il video non era permesso. Ora cambia tutto».
Ai tecnici viene installato in macchina un geolocalizzatore.
Controlli simili scatteranno anche per i tecnici, che si spostano da un cliente all’altro per prestare l’assistenza richiesta: «Pensi che si ritroveranno in macchina dei geolocalizzatori, che indicheranno ai superiori ogni loro spostamento durante la giornata, minuto per minuto». Inoltre, il rendimento dei lavoratori potrà essere comparato a fini disciplinari: chi produce poco sarà passibile di sanzioni.
LA SOCIETARIZZAZIONE, COMUNQUE, NON E’ ESLCUSA. Nonostante la chiusura di tante sedi e l’incerto destino di migliaia di persone, l’accordo non esclude affatto la “societarizzazione” della divisione “Caring services”: le misure di recupero della produttività, infatti, saranno oggetto di verifica tra un anno, il primo aprile del 2014:
Gli esiti di tale verifica […] costituiranno elemento di valutazione in relazione alla decisione aziendale di procedere alla societarizzazione di Caring Services. Sino a tale data l’azienda non attiverà iniziative in tal senso; nella stessa sede di verifica si valuterà l’eventuale introduzione dell’orario di lavoro settimanale a 40 ore.«Negli ultimi anni molti dipendenti hanno subìto contratti di solidarietà, con decurtazioni di salario fino al 47%», precisa ancora Fulvio Macchi, «e oggi vogliono applicarli a 32mila lavoratori, con tagli che potranno toccare il 15% dello stipendio. Senza contare i 500 lavoratori in mobilità, di cui solo 200 saranno pensionabili. Gli altri andranno a riempire le fila degli esodati». Una situazione intricata, che coinvolge decine di migliaia di operatori in tutto il Paese. «Gli unici che non hanno subìto conseguenze sono i dirigenti, che oggi in Telecom sono 694».
giovedì 18 aprile 2013
REDDITO DI CITTADINANZA: SI PUO'
Quando ne ha parlato Grillo, risata! Si sa, è un comico. I commenti denigratori dei sazi, o saggi come li chiamano, sono piovuti consistenti.
Di fronte alle considerazioni della gente comune alle quali invece appare tutt'altro che malsana come idea, gli architetti del sociale hanno opposto il loro pragmatismo: insostenibile economiocamente il giudizio lapidario.
Personalmente ritengo tutt'altro che irrelizzabile l'obiettivo. Anzi, può diventare un'occasione di rilancio economico del teritorio coinvolto nell'iniziativa. Si parla molto di un welfare territoriale, eccone un possibile esempio.
Il meccanismo è molto semplice: il cittadino dovrebbe acquistare prodotti o servizi presso soggetti economici convenzionati (commercianti, artigiani, professionisti), che li offrirebbero a prezzi scontati. L'importo dello sconto, verrebbe versato in un fondo gestito da un soggetto di fiducia (comune?) e accantonato a nome della persona stessa che potrà utilizzarlo al momento opportuno (entro un tempo prefissato) per delle motivazioni specifiche (tasse locali, scolastiche...) o destinarlo ad opere di bene (locali)
Immaginiamo un comune di 5000 abitanti, quanti sarebbero i soggetti economici interessati ad averli come potenziali clienti fidelizzati? Si otterrebbe anche il risultato di mantenere nell'ambito territoriale parte della ricchezza delle persone residenti in quel territorio.
Tornerò sul reddito di cittadinanza in quanto l'argomento in quanto viene spesso liquidato con argomentazioni tipo la non sostinibilità economica e a mio modo di vedere non è vero.
ALTRO PACCO IN ARRIVO
La perdita di sovranità da parte dei paesi che fanno parte dell'unine europea, continua velocissima. Manca la ratifica del consiglio, dopodichè il TWO PACK entrerà in vigore direttamente a partire dal 1 Gennaio 2014. Senza nemmeno che i singoli recepiscano il provvedimento, con l'approvazione del Consiglio composto dai Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri, dal Presidente della Commissione europea Barroso e presieduto da Van Rompuy diventerà operativo.
In pratica, la Commissione europea avrà il potere di veto sui bilanci nazionali, potrà chiedere che vengano modificate decisioni prese dai governi, fino ad emanare sanzioni per costringerli ad adeguarsi alla politica economica.
Non so se questo SECONDO PACCO è l'ultima delle decisioni prese per ridurre ulteriormente la libertà dei singoli paesi, di certo si aggiunge ai vari FISCAL COMPACT, MES eccetera che soffocano la povera gente.
Manca l'approvazione del consiglio, speriamo non arrivi.
martedì 16 aprile 2013
STIPENDI E RISPARMI (ANCORA) MENO SICURI.
Brutte notizie per i lavoratori dipendenti e per coloro che percepiscono la pensione. Nelle pieghe del Decreto Salva Italia si rileva che sarà possibile da parte di eventuali creditori ottenere il pignoramento della pensione (cosiddetto pignoramento presso terzi). I pensionati rischieranno così di perdere tutta la rata mensile e non più solo un quinto, come previsto dal codice di procedura civile.
Lo stesso allarme è scattato anche per chi vive di busta paga. Il d.l. riguarderebbe infatti pure i lavoratori dipendenti percipienti salario mensile in busta paga. Sostanzialmente sarebbe stato legalizzato il superamento del limite del "quinto pignorabile" previsto invece dal codice di procedura civile.
Fermo restando quanto previsto dalle norme, è stato semplicemente trovato un escamotage che consente di rivalersi per intero, grazie al fatto che, da dicembre 2012, anche pensioni e stipendi, se superiori ai mille euro, non sono più pagabili in contanti ma esclusivamente tramite conto corrente bancario, postale o libretto di risparmio.
A partire dal mese di dicembre dello scorso anno, in coincidenza col pagamento della tredicesima, l'obbligo di accredito sul conto si è esteso a gran parte dei lavoratori dipendenti e dei circa 16 milioni di italiani che percepiscono una pensione giacchè molti di loro hanno superato il limite di legge
Non meno brutte sono le notizie per i risparmiatori, infatti dal 2013 chi ha investito in titoli di Stato possono essere soggetti a una decurtazione di capitale esattamente come è successo in Grecia. E mica di poco: Le percentuali sono a seconda dei casi 75%, 66 e 2/3%, e in alcune occasioni 50%.
Il meccanismo è da Stato autoritario: mediante un accordo tra l’Emittente (lo Stato o Ente collegato) e una percentuale di detentori (gli investitori). Per capirci: in caso di crisi lo Stato italiano si accorda con le banche e i fondi che possiedono i titoli di Stato italiani e poi estende gli accordi ai piccoli risparmiatori, alle aziende, alle famiglie, alle banche che non hanno partecipato all’accordo. Il decreto è valido dal 1 gennaio 2013 per tutte le emissioni di titoli di Stato italiani con durata superiore a un anno
Questo significa che i Btp e i Cct non sono più sicuri.
Lo stesso allarme è scattato anche per chi vive di busta paga. Il d.l. riguarderebbe infatti pure i lavoratori dipendenti percipienti salario mensile in busta paga. Sostanzialmente sarebbe stato legalizzato il superamento del limite del "quinto pignorabile" previsto invece dal codice di procedura civile.
Fermo restando quanto previsto dalle norme, è stato semplicemente trovato un escamotage che consente di rivalersi per intero, grazie al fatto che, da dicembre 2012, anche pensioni e stipendi, se superiori ai mille euro, non sono più pagabili in contanti ma esclusivamente tramite conto corrente bancario, postale o libretto di risparmio.
A partire dal mese di dicembre dello scorso anno, in coincidenza col pagamento della tredicesima, l'obbligo di accredito sul conto si è esteso a gran parte dei lavoratori dipendenti e dei circa 16 milioni di italiani che percepiscono una pensione giacchè molti di loro hanno superato il limite di legge
Non meno brutte sono le notizie per i risparmiatori, infatti dal 2013 chi ha investito in titoli di Stato possono essere soggetti a una decurtazione di capitale esattamente come è successo in Grecia. E mica di poco: Le percentuali sono a seconda dei casi 75%, 66 e 2/3%, e in alcune occasioni 50%.
Il meccanismo è da Stato autoritario: mediante un accordo tra l’Emittente (lo Stato o Ente collegato) e una percentuale di detentori (gli investitori). Per capirci: in caso di crisi lo Stato italiano si accorda con le banche e i fondi che possiedono i titoli di Stato italiani e poi estende gli accordi ai piccoli risparmiatori, alle aziende, alle famiglie, alle banche che non hanno partecipato all’accordo. Il decreto è valido dal 1 gennaio 2013 per tutte le emissioni di titoli di Stato italiani con durata superiore a un anno
Questo significa che i Btp e i Cct non sono più sicuri.
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